lunedì 19 dicembre 2011

Crema Orerconicatimpanale. Un racconto di Karminia.

Da quando mi sono messo in proprio come pubblicitario, mi arrivano molte richieste strane.

La scorsa estate un tipo del nord, uno che diceva di venire da Varese o forse da Como, ora non ricordo, si era messo in testa di produrre una crema speciale; un unguento per “bloccare la crescita delle orecchie”.
“Avrà un successo incredibile!” mi disse il tipo con una tale convinzione da rasentare la cieca fede.
Ma alla fine, quando quello mi ha sventolato sotto al naso un assegno con diversi zeri, me ne sono convinto anch’io.
Così ho chiamato Karminia e le ho chiesto di scrivermi il testo per la campagna pubblicitaria.

Ormai lo sanno tutti: una delle malattie più frequenti degli ultimi anni è l’orcheide o “sindrome delle orecchie grandi”.
Una malattia molto fastidiosa, perché fa crescere le orecchie proprio quando le persone sono distratte e nemmeno se ne accorgono.
Ebbene, noi abbiamo trovato un rimedio efficace.
Un rimedio davvero speciale: la Crema Orerconicatimpanale!
Un unguento miracoloso che, con le sue proprietà nutrienti è in grado, non solo di bloccare la crescita costante delle orecchie, ma anche di nutrire la pelle!
Cari amici, care amiche, provate ora a mettere dello scotch sulla pelle delle vostre povere orecchie e quando lo toglierete, noterete quante cellule morte si saranno staccate dalle vostre orecchie!
Con la nostra nuova crema “orerconicatimpanale”, potrete dire addio a tutti questi problemi ed al rischio di malattie come la “morchinica”!
Ma ora, sentiamo direttamente la testimonianza del signor Mario, dopo aver provato la nostra miracolossissima crema “orerconicatimpanale”.
“Avevo questi fastidiosi problemi alle orecchie. Ogni giorno diventavano sempre più grandi e la cosa sbalorditiva era che non me ne accorgevo nemmeno! Ma poi un giorno, uscendo di casa, mi sono incastrato con le orecchie sulla porta! Lasciandoci attaccate tutte le mie cellule morte! Ho provato la crema “orerconicatimpanale” ed ho risolto tutti i miei problemi! Non solo adesso riesco a passare dalla porta di casa per uscire ed andare al lavoro, ma la mia pelle è diventata più bella ed ho delle magnifiche orecchie lucenti! Grazie alla vostra miracolosa crema “orerconicatimpanale” ho scoperto il mondo!”

Chiamate il nostro numero 199.398.714.513.458.762.304.886 e ordinate la vostra crema “orerconicatimpanale” che costa solo 56 Euro e 90 centesimi, con lo sconto del 50%! Ebbene si, signori e signore, lo sconto del 50% proprio sulla nostra miracolosissima crema “orerconicatimpanale”!

E ricordate: se crescono le vostre orecchie, non crescete voi!

mercoledì 7 dicembre 2011

Lo hobbit di John Ronald Reuel Tolkien


Leggere questo capolavoro di Tolkien è sempre un esercizio attuale e fantasioso al tempo stesso; se c'è un autore che ha la forza, attraverso la sua prosa, di astrarci dalla nostra realtà quotidiana e al contempo di comunicare metafore esistenziali e sociali è proprio lui.

Difficile descrivere una storia come questa; può essere soltanto letta (e riletta) senza fretta.

Sinossi: "La prima avventura di Bilbo Baggins, il giovane hobbit (creatura di bassa statura con piedi molto grandi) che assieme a un gruppo di nani esuli guidati dal re Thorin Scudodiquercia e dallo stregone Gandalf il Grigio affronta una spedizione il cui scopo è recuperare un grandioso tesoro. Da questa magica avventura Bilbo tornerà a casa con un anello magico dagli ignoti poteri, il cui valore e mistero verranno svelati nella saga fantasy più famosa di tutti i tempi: "Il Signore degli anelli". La prima edizione di questo romanzo è datata 1937.

lunedì 28 novembre 2011

Sudditi. Manifesto contro la democrazia di Massimo Fini

Massimo Fini è un autore scomodo. Un autore difficile. Un blasfemo.
Se fosse nato al tempo di Giordano Bruno, probabilemente sarebbe già stato arso su un bel rogo...
Perchè oggi affermare che la democrazia è un male è blasfemia.
La democrazia, questa democrazia, questo modello di democrazia, costruito nel nostro mondo occidentale è una vera democrazia? La vera democrazia delle origini?
No di certo, questo ormai lo sappiamo tutti.
Ma la questione è un'altra. La "peggiore forma di governo, ma l'unica perseguibile", quanto è giustificabile e fino a che punto dobbiamo accettarla in nome di un'idea di ineluttabilità?
Siamo certi che per evitare le forme dittatoriali del '900, siamo e saremo sempre costretti ad accettare questo "imbroglio" di democrazia surrogata?
Pensiamo alla definizione "sovranità popolare", tanto abusata in questi ultimi tempi. La "sovranità popolare" rappresenta solo la vera idrolatria del populismo più deteriore. Anche nella nostra Costituzione Repubblicana, la sovranità popolare semplicemente NON ESISTE ("La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"). La sovranità, casomai è della costituzione, ultimo baluardo di regole, principi e valori condivisi (ancora, miracolosamente).
Non a caso l'attacco alla nostra Carta Costituzionale in questi anni, è stato perseguito dagli stessi che hanno teorizzato l'apologia della sovranità popolare. Abbiamo assistito alla creazione di un populismo teorizzato da un nichilismo della costituzione, suffragato da un relativismo di comodo.

Ma poi, il fine ultimo di una società coesa non è forse il bene sociale, la giustizia, la convivenza e finalmente la felicità? La democrazia dovrebbe solo essere il mezzo, uno dei mezzi possibili.

Ad avercene di intellettuali così! Le cui tesi spesso sono criticabili, anche ferocemente, ma di certo non conformisti, non sudditi intellettualmente; strani, anarcoidi e criticabili, ma fortunatamente difficilmente inquadrabili in steccati pseudo ideologici.

Abbiamo bisogno di pensatori così; che provocano e ci provocano smuovendoci quello che McLuhan chiamava il narcisistico torpore dell'uomo moderno occidentale.

Sinossi: "Per la nostra cultura la democrazia è "il migliore dei sistemi possibili", un valore così universale che l'Occidente si ritiene in dovere di esportare, anche con la forza, presso popolazioni che hanno storia, vissuti e istituzioni completamente diversi. Fini demolisce questa radicata convinzione. Il suo attacco però non segue le linee né della critica di sinistra, che addebita alla democrazia liberale di non aver realizzato l'uguaglianza sociale, né di destra che la bolla come governo dei mediocri. La "democrazia reale" è un regime di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l'individuo, già frustrato e reso anonimo dal meccanismo produttivo di cui la democrazia è l'involucro legittimante"

giovedì 24 novembre 2011

"Il quadro". Un racconto di Karminia

Sono entrata. Entrata in un mondo stranamente felice.
E' come se tutti si fossero dimenticati le difficoltà della vita; ecco, vedo due ragazze, ora chiedo loro spiegazioni: "Ehi, voi! Che fate qui? Insomma dove ci troviamo? E poi perchè siete così felici?"
Nessuna risposta. Nessuna.
"Insomma, siete scalze, prive di ogni cosa, ma allora, perchè siete così felici?"
A quel punto il sorriso delle due ragazze scompare. Il volto diviene cupo.
Mi sento a disagio, come se avessi detto qualcosa che le ha scosse: "Vi chiedo scusa. Non volevo ferirvi"
Finalmente una delle due ragazze, la più magra, mi risponde: "Noi non abbiamo bisogno di cose materiali per essere felici. Ciò che ci serve per essere felici è tutto qui, in questo quadro. Tutto quello che ci serve per correre"
Rimango sbalordita da quelle parole e mi chiedo se una parte delle difficoltà della vita siano proprio dovute alle cose materiali. Quelle cose che causano i sentimenti di invidia, di avarizia e ci fanno star male sia quando proviamo certi sentimenti, sia quando li subiamo.
Ecco... la conoscenza di questo quadro, questo tipo di conoscenza, mi rende finalmente felice. Era proprio quello che ci voleva!

Karminia

domenica 20 novembre 2011

"Io, io ed io". Un racconto di Karminia

Eravamo noi. O meglio, io. Anche se non ero solo io.
C'era anche l'io del passato, che mi ha detto: "Ehi tu! Io sono io. L'io di ieri, il più giovane ed anche il più bello e tu?"
"Io sono io" risposi sicuro.
"Ho capito. Anch'io sono io. Ma tu dimmi, come sei?" aggiunse.
"Sono un io simpatico e sportivo; forse non bello come te, meno giovane sicuramente, ma più moderno" dissi.
Eravamo seduti al bar io ed io, sorseggiando entrambi un tè, quando si sedette accanto a noi un tipo strano. Un tipo che sembrava avesse fatto un lunghissimo viaggio.
Gli chiesi: "Chi sei? Io sono l'io di oggi, mentre lui è quello di ieri, ma tu? Chi sei tu? Io non ti ho mai visto da queste parti"
"Non puoi avermi visto. perchè io sono l'io di domani. Vengo dal futuro e posso raccontarvi qualsiasi cosa che è accaduta, che sta accadendo e che accadrà. Ma non lo farò oggi, forse domani, chissà"
Io e gli altri due io restammo per un po' in silenzio, pensando.
Poi dissi: "Io che sono l'io di oggi, posso dire di essere il vero io, perchè solo adesso esisto io"
"Come sarebbe a dire il vero io? Io, l'io di ieri, sono il vero io, perchè sono io da prima di tutti voi e sono il più giovane e vivrò più a lungo"
"Sbagliate entrambi. - disse l'io del futuro - Io sono vecchio certo, ma sono il più saggio e posso fare, perchè le ho già fatte, tante cose che voi non potete fare"
Mi scocciai e cominciai ad urlare: "Basta! Io sono il vero io! Ora ci sono solo io!"
E l'io del passato cominciò a ridere: "Illusi! Io sono il vero io, ho più tempo di tutti per essere io"
Ma l'io del futuro aggiunse con pazienza: "Ma non capite? Se non fosse per me, voi nemmeno esistereste, perchè non avreste alcun futuro"
Rimanemmo lì a discutere chi fosse il vero io. Per ore ed ore.
Il giorno dopo, mentre eravamo ancora lì, seduti a discutere, si presentò un tizio, uno sconosciuto e si sedette accanto a noi.
"E tu? - chiesi stupito - Tu... chi sei?"
Il tipo prese la mia tazza, sorseggiò con calma il mio tè ormai freddo, poi disse: "Non l'avete ancora capito tutti e tre? Io sono il nuovo io. Mentre voi eravate seduti qui a discutere, il tempo è passato e un nuovo giorno è arrivato. Ora, il vero ed unico io sono soltanto io!"

Karminia

Il mondo a piedi di David Le Breton

Un libro pieno di spunti e riflessioni.
Forse un po' scontato per chi ha già fatto o fa da tempo l'esperienza del cammino come stile di vita e ne ha ritrovato l'aspetto quotidiano, del "gesto naturale".
Lo stile narrativo è un po' troppo aulico, a volte pomposo e si avverte quasi la necessità di riempire di contenuti oltre la necessità di senso e simbolismo.

Un bel capitolo è quello sul camminare in città e sulla definizione dei cinque sensi.

Sinossi: "Godimento del tempo e dei luoghi, il camminare è uno scarto rispetto alla modernità. Viaggiare a piedi è un gesto trasgressivo, una potente affermazione di libertà. E' un avanzare in modo trasversale nel ritmo frenetico della vita moderna. "Il mondo a piedi" propone un modo nuovo di viaggiare, mette in relazione il punto di vista dei personaggi storici quali Stevenson, Sansot e Basho, ponendoli attorno a un tavolo immaginario a scambiarsi opinioni sul senso del percorrere il mondo e la vita a piedi. Una dissertazione che induce a considerare con curiosità un aspetto ormai insolito del viaggio"

giovedì 17 novembre 2011

Come dire. Galateo della comunicazione di Stefano Bartezzaghi

Prima di tutto una premessa.
Questo libro non l'ho scelto io e, d'altra parte, non ne avevo alcuna intenzione.
Mi è stato regalato dal mio amico Pierpaolo.
Non per un compleanno o per qualche altra occasione particolare.
Me l'ha regalato perchè ha pensato che fosse "adatto a me".
"Questo libro è per uno come te, - mi ha detto - a cui piace scrivere giocando con le parole".
S'è presa una bella responsabilità il mio amico Pierpaolo, perchè regalare un libro non è mai una scelta facile.
E' molto più semplice regalare una sciarpa piuttosto che un libro, perchè la prima basta indossarla, mentre il secondo è un regalo che impegna il tempo e l'attenzione di chi lo riceve.

Dopo averlo letto, si è rafforzata in me l'idea che il mio amico Pierpaolo ci ha preso anche stavolta: come avrebbe detto un noto politico molisano... "c'azzecca".

Questo libro è esilarante! Leggerlo sulla metro è rischioso: vi prenderanno per pazzi, vedendovi ridere con le lacrime agli occhi, come davanti ad una pellicola di Stanlio e Ollio!
Una vera rivelazione Bartezzaghi: un fine e raffinato giocoliere delle parole!
Non vi dirò di più: troverete tutto scritto nel libro... Buona lettura e buon umore!

Per parte mia, lasciatemi ringraziare due volte il mio amico Pierpaolo: una per il libro ed una per questo libro.

Sinossi: "Le scorrerie di Bartezzaghi, allegro linguista e principe dei giocatori di parole, tra le praterie della lingua: i suoi usi e abusi, i suoi trucchi e doppi sensi. I nuovi modi di comunicare della civiltà digitale: il web, le mail, gli sms. I blog. Facebook e Twitter. Telefoni da leggere e da scrivere. Com'è fatto l'italiano che parliamo. I nuovi strafalcioni. E quelli antichi. Dall'editorialista di "Repubblica", un ritratto comico dell'Italia postmoderna, la sua lingua, la sua grammatica, la sua morfologia, la sua sintassi"

lunedì 14 novembre 2011

Sulla Fiaba di Italo Calvino

Colpisce la mole di lavoro fatta da Italo Calvino.
Un grande autore che non ha esistato a raccogliere con pazienza ed umiltà un patrimonio della nostra tradizione orale e regionalistica.
Queste favole raccontano molto dell'Italia di una volta, ma sono attuali sui vizi e ele virtù del nostro popolo.

Favole da leggere, ancor prima di leggerle ai bambini la sera prima che si addormentino.

Sinossi: "L'origine, lo sviluppo e la funzione della fiaba studiato dal grande narratore che ha portato a termine la prima grande raccolta organica del patrimonio favolistico italiano"

domenica 6 novembre 2011

9 agosto 378. Il giorno dei barbari di Alessandro Barbero

Ho aperto questo saggio solo per curiosità.
D'altra parte, la prima motivazione alla lettura è proprio la curiosità.
Una vera sorpresa, sia per la storia, sia per lo stile dell'autore e per l'uso sobrio del linguaggio.
Barbero è capace di raccontare con linearità, fatti ed argomenti anche complessi e dibattuti, con la forza della narrazione più che del saggio.
Il parallelismo, ad esempio, con l'attuale immigrazione di oggi o con la decadenza di un potere corrotto, è evidente anche se non volutamente sottolineato dall'autore; nasce dalla capacità di Barbero di delineare i protagonisti come veri personaggi di una storia da raccontare.

Da leggere in tre o quattro sere, che potrebbero raddoppiare sorseggiando un buon chianti.

Sinossi: "Questo libro racconta di una battaglia che ha cambiato la storia del mondo ma non è famosa come Waterloo o Stalingrado: anzi, molti non l'hanno mai sentita nominare. Eppure secondo qualcuno segnò addirittura la fine dell'Antichità e l'inizio del Medioevo, perché mise in moto la catena di eventi che più di un secolo dopo avrebbe portato alla caduta dell'impero romano d'Occidente. Parleremo di Antichità e Medioevo, di Romani e barbari, di un mondo multietnico e di un impero in trasformazione e di molte altre cose ancora. Ma il cuore del nostro racconto sarà quel che accadde lì, ad Adrianopoli, nei Balcani, in un lungo pomeriggio d'estate."

venerdì 28 ottobre 2011

Lo spirito del viaggio col Pietro Micca

Sabato 22 ottobre 2011, c'è stato un evento particolarmente gradevole a Fiumicino (RM), presso il cantiere Tecnomar all'Isola Sacra.
Nel piazzale antistante l'ormeggio del "Pietro Micca", antica nave a vapore di fine '800 (http://www.tecnomar.net/pietro_micca/default.htm), si è svolto uno spettacolo musicale concertato di brani operistici e canzoni, cantate dalla soprano Angela Baek, accompagnata al pianoforte dal maestro Fabio Centanni, con contenuti di prosa e poesia letti e recitati da Cristian Bufi. 
Una serata splendida, allietata dalla coinvolgente passione per il canto dell'ottima voce di Angela, dall'esecuzione di Fabio e dalla limpida interpretazione di Cristian.
Ma il vero protagonista della serata, nonostante la bravura degli artisti, è stato il Pietro Micca. Raramente credo di essermi emozionato per una scenografia tanto bella quanto vera, genuina e vivida della storia del lavoro degli uomini e della marineria.
Grazie Pierpaolo, perchè c'hai regalato un momento UNICO! E speriamo che non resti tale...


martedì 25 ottobre 2011

Elogio della mitezza di Norberto Bobbio


Leggere Bobbio in questo periodo storico, appare forse anacronistico, la sua filosofia politica suona più come retorica utopistica che come determinazione teorica del pensiero.
Eppure per altri aspetti, il tema è attualissimo e appare ravvivata  l'idea di una scissione fra etica e politica e soprattutto l'idea che la mitezza stessa sia in antitesi con la pratica politica.

Leggerlo in questo periodo, può aiutare a comprendere meglio ciò che sta accadendo al nostro paese e all'Europa, ma soprattutto a costruirsi una visione non appiattita sul momento attuale.

I grandi maestri come Bobbio ci mancano. Molto.

Sinossi: In sintonia con la tradizione filosofica del passato, Norberto Bobbio allarga l'ambito dei suoi studi per affrontare alcuni grandi temi morali del nostro tempo. Dal problema classico dei rapporti fra etica e politica, e quindi della ragion di stato, a quelli attualissimi del razzismo e della tolleranza; dal confronto tra etica laica ed etica religiosa all'atteggiamento dell'una e dell'altra di fronte al problema del Male: in queste pagine affiorano le linee essenziali di una visione laica del mondo, conclusione di anni di riflessione teorica e impegno civile.

venerdì 21 ottobre 2011

Le Chroniche Galligene in Terra Tosca.


Durante il CamminaFrancigena Senese 2011, mentre ero in cammino, ho ritrovato un frammento su un'antica pergamena, abbandonato e seminascosto, dietro l'altare di una vecchia pieve di campagna abbandonata.
Si tratta delle cronache di viaggio di qualche vecchio pellegrino.

E' impressionante notare le tante analogie con il nostro tempo e la nostra generazione.

Ecco la trascrizione che ne ho fatto...

A.D. MXI da lo settimo a lo decimosecondo jorno de lo mese d'ottobre.
Proemio: Come che fu che peregrini et peregrine si ritrovaro a S. Gimignano


S’era nello millennio novo coll’anno primo de la primier decennatione,
quand’ecco sopraggiunger nello tempo assai si atteso,
lo viaggio sacro in su la via, che de la Gallia antica portea nominatione.

Lo mese principiato in quel d’ottobre, s’era già acceso,
de passi pellegrini giunti d’ogne dove,
si come musici gaudenti co un certo peso.

Or loro com passeri la qual migratio move,
si ritrovaro tosto in Gimignano,
gaudente location che de lo santo ea portea lo nome.

Or voi mi chiederete segnando co la mano,
a guisa di carciofo si eloquente:
“Chi mai sarann costor dal cefalo si insano?”

Et io co la favella, m’incuneo ne la vostra mente
Per dissipar li dubbi e raccontarvi tosto, sanza esitatio,
de dieci e più tapini, dalle movenze lente.

Or giunto è lo momento della raccontatio,
et io vostro servo umile qual sono,
m’accingo tosto all’elencatio…

Lo primo in cima atteso, già sceso da lo trono,
Entrotti trasitando la naturale luce,
co insegne assai si nobili che danno un certo tono.

Trattonsi sanza dubbio del conte nostro duce,
lo cui cognom s’addice allo suo nome Alberto,
la tempra del comando parvossi lui produce!

Ed ecco giunger dietro col passo un poco incerto,
l’esil gentil figura di Jessica Madama,
che col suo sguardo etereo ha l’animo scoperto.

Or voi dovia sapere et qui scopriam la trama
Che ognun che la vedea bonariamente poi pensea:
“Qual difettatio fosse ciò di cui ella avea la fama?

Perché lo gomito, la bimba piegato sempre avea?
Che forse s’è bloccato?
Oppur che in tal positio dimenticato lei l’avea?”

Stolti! Lo arto suo affatto è anchilosato!
Sostiene un marchingegno, la pulzella!
Per render tosto ai posteri lo viaggio mai osato.

Sporgiommi poi dal gruppo per or sanza favella,
e vidi giunger in carminica dermite, isso:
lo longo messer Luca svettonsi verso una stella.

Tra la favella mea et le gesta sue v’è un abisso,
Che poscia raccontorvi farò a piene mani,
e molti l’han subite, com fosse un menù fisso.

Ma la processio or, si riempe di cristiani.
Eccola ordunque giunger finalmente la coppia meneghina,
che teneri che son i piccioncin padani!

La Wilma co lo Wilmo è assai carina!
Anche se lui chiamossi Mastro Sandro formalmente,
capite chi comanda nella loro casettina?

Li tre giungean com’orda longobarda assai pimpantemente
Mostrando lo lor passo assai adelante
Giravan articolando ogne favella et nome sempre abbondantemente.

Ed ecco poi da Brescia co la risata risonante,
Lo giovial partenope-padano,
saria per noi et cambusiere et fante.

Et poi li subito giungea poco lontano,
Madama Paola gentile et assai gratiosa,
Signora delle vesti stese et deterte a mano.

Ma mai niuno nello suo zaino frugare osa,
per lo timore di trovarvi ripiegato lo marito d’issa,
et anco, perché no, del parentam tutta la rosa.

Giungea si poi la piemontica assessorissa,
et sindachissa et altre cariche c’io non sapessio,
la suffraggetta nordica giammai sulla volgarità ei glissa.

Infine, a chiuder la processio de viandanti,
ecco apparir Messer Giovanni attore e commediante,
che quando ei fumava faceva tossir anco i santi.

Un treno ei sembrava ben marciante,
coi sbuffi del vapore tabacchino
e ci teneva in ordine la rotta del viandante.


A.D. MXI de lo settimo jorno de lo mese di ottobre.
Prima Chronica: De la predicatione assai profetica de lo duce-conte al principiare de lo passo

Lo jorno già volgea a l’or del desinare,
che dopo acclamationi de notabili del sito,
lo volgo già sciamava unito come un mare.


Lo nostro duce-conte assiso sul granito,
guardonci tutti quanti con sguardo fermo e fiero,
tuonossi la favella a lo volgo ‘n po’ smarrito.


E tenne il predicone con tono alto e austero!
“Fratelli et anche voi sorelle, udite a uno a uno!
Lo duce vostro giammai ei indugia qual vostro condottiero!


Partionci dunque, orsù, sanza timore alcuno,
spegnete i cellulari! Gettionci l’orologio!
Contramoci lo petto, godiamo del digiuno!


Oriamo e non pecchiamo lo spirito non sia mogio,
et vade retro satana! Cum tutti i maccheroni!
Et l’anima contrita nell’umiltà trovossi allogio.


Voi non accetterete satanasse tentationi,
Ma solo pane et acqua et brodo di gallina,
E niente feste o fiere o inaugurationi!”


Lo peregrin sgomento si sparse come brina,
lor si guardaro tosto con interrogatione,
per i precetti imposti all’orda beduina.


Or un di lor, partenope di generatione,
domandossi al suo vicino esplicitando chiaro,
per non lasciar alcun dubbio di sua preoccupatione:


“Lo vino che portommi, dal peccato è al riparo?
E lo salame poi insieme al capocollo?
Potrommi trasportarlo cum fussi homo ignaro?”


Lo dubbio amletico, Deh! Di tutti fe ‘l controllo,
E più li sandali vanno et calpestan tante milia,
e più guardonci ‘l cambusiere sperando in un bel pollo.


Financo ecco giunger l’Elsa, lo colle qual maravilia!
“V’attende lo buffet ne lo convento!”
Gridionci dietro del loco una familia.


“Già immagino un “ponche” com’alimento…
In brodo, “ciapa”, di galin con tutte l’ossa!”
Favellomi Mastro Sandro con sgomento!


Ma ecco… Maravilia! E l’emotion è una scossa!
Lo gran Buffet è sanza dubitatione, gran ricco d’abbondantia!
Passato è lo periglio, di diventar poi tutti pelle e ossa!



A.D. MXI de lo ottavo jorno de lo mese di ottobre.
Seconda Chronica: Come che fu istituita la Sacra Confraternita de la Pantofola Incatramata che ave generatione da lo sacro principio : "Homo Olere Necessere"



Lo novo jorno era già sorgiuto cum aria bona,
et l’omini et le foemine dormean beati et assai lieti,
poiché passammo tosto la notte a smaltir la finocchiona.


Ed ecco alzossi Mastro Sandro di certo somigliante ad uno Yeti,
la Vilma lo spronò ad inzuppar lo suo calzino intro lo purificante detersivo,
et fu li che ei pensea della pantofola ad una setta cum gran segreti.


“Homo Olere Necessere!” ei dichiarotti e questo fu lo precetto fondativo!
Or molti ricevean l’illuminatione, ne lo sentir la saggia affermatione
Che tanto riscotean l’umanae approvatione nel cor dell’homo comprensivo.


Con questa ferrea constatatione,
principiammo alla novella marcialonga in contritione,
anco se dopo pochi passi costretti fummo a nova sostatione


“Son certo che tutti noi a notte userem un bel limone…”
Sententia fe lo longo Luca demoralizzato
“Guardate la che spreco v’è sanza ragione”


Nessun di noi potè negare cum spirito schifato,
Quell’accanirsi indegno de li presenti tutti et accalcati,
Cum becera aviditatio, manco fosse la fin del cioccolato.


Lo pellegrino attonito fra cibi assai sprecati,
alzossi discretamente per mover passi boni,
si, già sognando tosto i verdi et fioriti prati.


Fu dunque quase a sera che vedionci Monteriggioni,
godionci poi lo spettacolo del nostro Giovannone,
per prepararci tosto a riposar le membra a ciondoloni,


Or io vorria concludere di certo indegnamente,
la citazion che alla memoria nostra corta appare un’onda,
Li sacri versi che sullo loco scrisse Dante:

"però che, come in su la cerchia tonda
Monteriggion di torri si corona,
così la proda che 'l pozzo circonda

torregiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tona”


A.D. MXI de lo nono jorno de lo mese di ottobre.
Terza Chronica: De la salita a Siena in oscuritate prima de lo levare de lo sole in su lo sacro cammino


Un urlo nell’oscura notte sveglionci tutti a soprassalto,
ma nessun homo et giammai foemina usò sua cogitatione,
lo duce-conte assiso eretto… Deh! Quant’ei sembrea si alto!

“Sorgite pelandroni dal vizioso saccappelone!
Scoccata è la terz’ora, mettionci tosto in cammino.
Et preparionci a canto et giubilo, sanza esitatione!”


Così parlò l’intrepido estatico di…vino.
Sortì una favella lieve da la Jessica pulzella:
“Pietate duce, orsù! Ancora un minutino!

Mi doleno le ossa, avete una barella?”
Et ecco il longo Luca sorgir cum piglio mediolano:
“Per ciò che mi riguarda sciacquetto sol l’ascella”


Così mettionci si ‘n cammino, sognando un bel divano…
Ma l’atmosfera magica, cambionci ‘l nostro umore,
Et ammiramm le stelle, nel gran cielo italiano.


Qual gran magnificenza che fece il Creatore!
Lo bosco dorme sereno e allieta ‘l nostro spirito.
Che gran regalo ci fece ‘l duce partendo a queste ore!

Quand’anche una lettura estatica l’animo avea nutrito.
“Com fu che una S-carpa saltea sul lago?”
Lo chiese Mastro Sandro assai incuriosito.

Infin poi giungemmo a Siena sanza svago,
Sognando caffellatte e briosche assai croccanti!
Cuscini invano noi sperammo che fè apparir ‘l nostro duce-mago!

Et ora in poi a multiple dormite assistemmo assai sognanti.
Aprì tosto la dormitio Jessica, assisa al cappuccino,
et infin caddero a Morfeo, lo longo Luca e Matrix-Vilma fra i sacri canti!


A.D. MXI de lo decimo jorno de lo mese di ottobre.
Quarta Chronica: De lo ricambio de le genti peregrine


Aprossi melanconico lo novo jorno si stamane!
La Vilma co lo Vilmo et il longo Luca,
tornotti nella notte a le loro magion padane.

Ma lo cammin prosegue sanza buca,
e resta tosto piacevol lo ricordo,
li passi facciam coi piedi e li pensieri in nuca.

Quand’ecco sopraggiunger, io non lo scordo
li novi peregrin sostitutori,
giunti in su la via come d’accordo.

Or io a voi sarò di lor com fecero i gran presentatori,
cantando gesta et fama, lo confesso,
et descriveronsi issi cum grandi allori et ori!

Per prima presentossi allo consesso,
la Malamanu scrivana in quel di Roma,
ella giungea sanza mostrare alcun complesso,

et dopo un solo milio, ella smarrirsi come un’automa.
“Lo mio obiettiv puntai sul panorama!
Quando incrociai lo mulo in fattoria. Bestia da soma!”

Lo duce-conte declamò tosto uno novo proclama:
“Serriam le fil fratelli! Marciamo tutti a vista
sanza mirar la prima farfalla che la natura acclama”


Poi dietro a lei ecco ‘l secondo de la lista,
Il Nino tosco et gran pisano,
co l’ironia e ‘l sarcasmo bene in vista.

Infine a chiudere tosto lo novo brano,
ecco a voi tutti la scolaretta Francesca detta “marea”,
che impunemente ella ballea in su la via come un indiano.

Ordunque, avventor de la favella mea,
la chronica già qui potea finire,
se per una pulzella la processio divenne tosto un’Odissea.

In lontananza vidi la Jessica soffrire,
segnando semicerchi si trascinava appena!
La tendinite, deh! La tapina andò a colpire!

Cum grande solidazio, noi s’ebbe d’issa pena,
salì la poverina sul dorso dell’attore,
col dubbio amletico ognuno: “Arriverem per cena?”

Or ecco apparir tosto l’Alberto conduttore
et co lo ciclo ante-crociata, scorre veloce sulla strada,
e rimirorsi la processio ridendo assai con gran stupore.

Quel dì l’infortunata battezzammo co la spada,
lo novo nom de la pulzella fu “compasso”
et la nomea novella fe rider tutta la masnada...



A.D. MXI de lo decimoprimo jorno de lo mese di ottobre.
Quinta Chronica: De la letio metaforica et de la morale appresa 


Fu questo jorno ricco, d’incontri novi e giusti,
fra vecchie americane et un Mastro Lindo col carretto,
La strada un po’ pesava e qualcun sognava i busti.

Quando lo corpo arranca, la mente non va a letto,
filosofando io, una metafora avea già stimolato,
la chiosa del pensier mio a voi ecco rimetto:

Pierin scolaro un giorno venne interrogato,
Fe la maestra cum piglio indagatore,
“Se sopra un ramo v’è un passero appollaiato,

et cum isso ve ne son tre ne l’istesse ore,
poiché un cacciator sparossi et lo poverin colpisce,
or dimmi: quant’uccellin restavan lì si uno more?”

Favella ‘l piccolino et intuisce:
“La logica mi dice proprio zero,
poiché al rumor scappossi tutti come biscie”

“La tua risposta è lontan dal vero,
Ti trasse, deh! In inganno la rumoratione,
Ma piacque meco, lo tuo ragionamento intero!”

“Perdoni la maestra mia se ave l’arditione,
di porger proprio ad ella lo strano mio quesito,
per scioglier sanza macchia cotal dubitatione.

L’arcan ordunque pongo cum fosse un mito:
al parco son sedute tre dolci e belle dame,
e tre pannochie isse, già avean manducato.

La prima del consesso, avea poca fame
et consumassi il pasto cum lievi leccatine,
et la seconda fè morsetti sanza brame.

Ma ecco rimirar la terza de le damine,
divora la pannocchia cum bramosia violenta,
la prende e gli riduce le fibre fine fine…

Ordunque la maestra, la mia curiosità accontenta,
se sape dir a me bimbo ‘n tale avviso:
chi delle tre è sposata et poi assai contenta?”

La maestrin… vergogna! Avvampossi tutto ‘l viso,
rispose titubante : “La terza io credo sia,
che mangia tal pannocchia, in modo assai deciso”

Pierin lo scolaretto, tradì grande ironia:
“Bastea veder lo dito, sanza tentennamento,
chi delle tre portea la fede: è questa la teoria!

Ordunque la risposta è sanza fondamento.
Ma voi non disperate, mia bella maestrina:
Ma piacque molto assai ‘l vostro ragionamento!”

Or da la letio appresa in tal sordina,
lo popolo marciante, ne trasse la morale
che vado a stipulare qual fosse una dottrina:

Se anco sbagli risposta, non mollare!
C’è chi apprezzerà cum mucho gusto,
lo modo che ave tu di… ragionare!

A.D. MXI de lo decimosecondo jorno de lo mese di ottobre.
Sesta Chronica et chiosa: De lo salitone estatico in su lo borgo radicofano


Lo ultimo jorno peregrino ricordò a tutte le genti,
che lo traguardo ambito era assai vicino,
et a lo cammino lungo incoraggiossi in più di venti.


Locali e oriundi s’aggregaro al mattutino,
al sancto et peregrino famoso e tosto corteo,
ma pian pianino si fermaro a bere vino!


Sol tre americane resistettero a Morfeo,
et furon poi premiate da Mastro Lillas in modo astruso,
et io renderò a voi testimonianza de lo trofeo.


Ei raccontò una "boutade" da noi in gran uso,
difficil da tradurre cum fosser capinere,
su alberi da frutta, declinati in modo astruso:


“Se ‘l melo fa le mele o ‘l per farà le pere,
Il fico che farà, per vostra informatione?”
Rideva lo giullare conoscendo lo sapere…


“Ma è certo ormai a voi tutti, sanza dubitatione,
e nel tradurre tosto, alcun dubbio ci sorte,
avria capito certo: lo fico fa eccetione!”


Le tre signore candide, ridean così forte,
sanza capire è chiaro lo senso sottinteso,
ma poco male, deh! Si senton fino a Orte!


Il resto de lo jorno trottammo in stile teso,
alfin di ripigliar lo tempo ch’era volato,
a l’ultimi kilometri ogne tendine era ormai leso.


Parlò ancor lo nostro duce-conte, di certo assai ispirato:
“Orsù miei prodi, avanti! Principiam lo salitone!
C’attende uno futuro d’onori da primato!”


Silvan la suffraggetta, contravvenendo al predicone
et per la prima volta tradì principi sui et i valori,
chiamossi sor Francesca e chiese col magone:


“Tu vedi lì giù il villico che ave il carrottori?
Mostrolli le tue gratie et generose forme:
sfruttiamo lo suo carro oppur restionci fori”


Niente da far però: seguimmo tutti le norme,
Arrancavamo esanimi vedendo dei miraggi,
seguimmo il duce-conte, pestammo le sue orme.


Ma lo cantor che canta non sempre avea li agi,
per dir fandonie a raffica finì sanza lo fiato,
trafitto da lo caldo e dal sol dei forti raggi,


ei venne da uno carro a 2 kilometri raccattato!
Qual onta ei subì et qual umiliatione!
Col capo chino entrotti, al centro del contado!


Ma qual gran meraviglia fu per tutti la terminatione.
Godemm del magno attore, sua recita giammai banale!
Spettacolo sublime, anco ai piè consolatione.


Vedemmo meraviglia del resto non ce ne cale,
Fantastiche gioie et magnificentie ecco sortir…
lo pan volar per tutte le sale!

lunedì 17 ottobre 2011

Il "CamminaFrancigena Senese 2011"

Giovedì 12 ottobre sono tornato da un pellegrinaggio sulla via Francigena, organizzato da "Il Movimento Lento" (http://www.movimentolento.it/) un gruppo di persone speciali, che esplicita nel nome della propria associazione la lunga tradizione della filosofia della lentezza, espressione moderna della filosofia che ha recepito parte dei princìpi originari della "Stoa" ateniese.
In sei giorni, io ed altri camminatori, abbiamo percorso oltre 130 Km. di sentieri, strade e mulattiere, incontrando pellegrini italiani e stranieri, religiosi e laici, ventenni e settantenni.
Gente diversa che ha lasciato a casa la propria quotidianeità, compresa l'identità sociale. Avvocati, medici, operai, disoccupati, artisti, si sono trasformati durante il cammino solo in pellegrini; impolverandosi, sudando, puzzando, soffrendo e ferendosi tutti allo stesso modo.
Abbiamo attraversato borghi e contrade di inestimabile valore e bellezza; vanto culturale e paesaggistico della provincia senese.
Siamo partiti da San Gimignano (SI) e, dopo aver attraversato tutta la provincia di Siena, siamo approdati a Radicofani (SI).

Questa esperienza mi ha profondamente cambiato e, come dice il mio amico Giovanni: "un pellegrinaggio è difficile da raccontare agli altri, lo si può solo consigliare"
Questo è quello che voglio fare. Consigliare a tutti, di mettersi in cammino e non solo metaforicamente.
Non ve ne pentirete.
Camminare oggi, rappresenta un gesto rivoluzionario anche se è la cosa più naturale che esista poichè, come ci ricorda Junger "Il linguaggio rispecchia il movimento del piede" (E. Junger, Il contemplatore solitario, Guanda 2000).
Il ritmo e la velocità del camminare è lo stesso di quello del battito del cuore, dell'elaborazione del pensiero e del linguaggio. 3-4 Kilometri orari.
Sarebbero molte le cose da dire e le riflessioni da sviluppare in merito a questo gesto natural-rivoluzionario.
A me, sono venute in mente tre parole: essenziale, sofferenza, tempo.

Essenziale
Camminare riduce i nostri bisogni all'essenziale. Ci costringe a riconoscere l'essenza dei nostri bisogni e del nostro vissuto, spesso sommerso dal superfluo della vita quotidiana.
Essenziale non è sinonimo di minimale. L'essenziale nella nostra vita c'è sempre, quello che perdiamo di vista è il limes che lo separa dal superfluo, che spesso tendiamo a relativizzare, spostare, contestualizzare.
Avete mai preparato un carciofo per cucinare? Fino a che punto vanno tolte le foglie esterne? Quante foglie devo togliere per arrivare ad avere solo il "cuore del carciofo"?
Camminare ci permette di intravedere meglio l'essenziale nella nostra vita, in tutti i suoi aspetti; nel mangiare come nel divertimento, nella riflessione come nella cura degli affetti, nella cura del fisico e della mente come nel riposo e la necessità dell'ozio.
E questo è un privilegio. Un lusso.
Come afferma recitando nei suoi spettacoli il mio amico Giovanni, del Teatro Agricolo (http://www.teatroagricolo.it/): "...il pellegrino, che nella vita di tutti i giorni la mattina si angoscia perchè non sa che camicia abbinare alle scarpe, all'uscita dall'ostello lo vedi esultare saltellando perchè è riuscito a lavare ed asciugare ben due paia di mutande!"

Sofferenza
Camminare procura un po' di sofferenza, di dolore fisico. Ai piedi, alla schiena, alle spalle.
Girare con uno zaino di 8-9 Kg., significa portare un peso sulle spalle (e questa non è affatto una metafora...).
Se poi, uno come me è anche sovrappeso, significa portare un peso ancora maggiore!
Quindi si impara a preparare lo zaino con l'essenziale e ci si pente di aver mangiato troppo, accumulando il superfluo sul proprio corpo.
Ecco un esempio concreto di come badare all'essenziale per lenire la sofferenza (e questa è anche una metafora...)
Ma la sofferenza del pellegrino, può essere solo lenita, mai eliminata.
Una sofferenza che viene tuttavia accettata, tollerata e riconosciuta come "prezzo da pagare", per una ricompensa ben maggiore.
In questo atteggiamento esiste un altro aspetto di cultura rivoluzionaria poichè, come afferma Achenbach: "...il programma del Moderno prevede l'eliminazione della sofferenza, senza lasciare spazio alla sopportazione, alla tolleranza o [...] all'accettazione della stessa..." (G.B. Achenbach, Il libro della quiete interiore, Apogeo 2001).
Il sogno utopistico e superbo dell'uomo moderno di voler eliminare definitivamente la sofferenza fisica, col progresso tecnologio, o meglio, col dominio della tecnologia, ha contribuito a sviluppare quel nichilismo di cui parlava Nietzsche più di un secolo fa.
L'utopia del dominio dell'uomo sulla sofferenza fisica è sfociato in una sofferenza dell'anima ben più inquietante e dolorosa.
Camminare ci fa accettare un po' di sofferenza fisica, la fame, la sete, e questo è un piccolo privilegio, per noi gente ricca del mondo occidentale.
Siamo capaci di diventare gli esseri più felici del mondo, quando una vescichetta sul tallone si va lentamente rimarginando, o quando un vecchio contadino incontrato per via, ci riempie la borraccia di acqua fresca.
Come disse il mio amico Sandro, a poche centinaia di metri dal primo bar prima di entrare a Siena, al termine della tappa notturna: "Non ho mai desiderato tanto un caffè in vita mia e me lo godrò come non mai!"

Tempo
"Il pellegrino di oggi è il vero ricco. Perchè può permettersi il lusso di disporre del suo tempo". Questo me l’ha detto il mio amico Nino, l'ultimo giorno di cammino, mentre arrancavamo sull'interminabile ultima salita che porta a Radicofani.
Ma la cosa più logica, più razionale, direi più ovvia, forse è che che chi va piano, chi vive lentamente, sostanzialmente chi viaggia a piedi percorrendo 130 Km. in 6 giorni, invece di usare l'aereo, il treno, l'automobile, in fondo chi si comporta così è uno che perde tempo.
Lo fa per passione, divertimento, ma sostanzialmente perde tempo.
Eppure, c'è qualcosa che non torna in questa ovvietà.
Come mai, nonostante il progresso, le auto sempre più veloci, la TAV, gli aerei, le conference call, le autostrade migliori, l'uomo moderno è sempre più dominato dal tempo?
Più vive freneticamente, più dice di non avere mai tempo, di averne sempre di meno, sempre poco?
E non solo per se, ma anche per gli altri: sempre meno tempo per i figli, gli affetti, gli amici.
Se chi vive lentamente, seguendo il ritmo del cuore, del pensiero, è uno che perde il tempo, l'indaffarato dove lo ha messo il suo tempo?
E' il paradosso di MOMO, dall'omonimo libro di Michael Ende, il paradosso della tartaruga che più andava piano e arrivava sempre prima rispetto agli indaffarati e veloci "signori grigi", ladri di tempo.
Tutto nasce da un equivoco fondamentale: l'idea che il tempo possa essere mercificato, materializzato e posseduto dall'uomo. Ma il tempo prescinde dall'uomo stesso e non può essere posseduto, quindi non può essere conservato, sprecato, perso.
"...Il moderno è il tempo del tempo, ma in realtà si declina come schiavo del tempo, vittima della temporalità [...] Nel moderno, il pensiero è caduto vittima del tempo, privilegiando l'istante [...] il tempo è pensato come qualcosa che si può avere e che si può suddividere, utilizzare, quasi farne "scorta" [...] eppure esso diminuisce, paradossalmente si perde. (Achenbach, op. cit.).
Insomma, si pensa equivocando che la lentezza abbia bisogno di tempo, ma è vero il contrario: è la lentezza che ci procura, ci concede e ci dona il tempo, mentre la velocità ce lo ruba.
Ricordate Alice nel paese delle meraviglie? "...ma come?, siamo rimaste qui tutto il tempo sotto questo albero? Non è cambiato proprio niente?" - "Naturalmente no", confermò la regina, [...] "qui devi correre più veloce che puoi , per rimanere sempre nello stesso posto"
Il tempo esiste per noi solo ed esclusivamente nel momento in cui ce lo prendiamo. Chi ha bisogno di tempo non lo "consuma", ma piuttosto, al contrario, lo ottiene solo in questo modo, anche per accorciare le distanze, sia fisiche, che mentali e culturali.
Un esempio?
Camminando in questi sei giorni, ho vissuto intensamente conoscendo tantissima bella gente. Gente speciale.
Ho conosciuto il loro vissuto, ho raccontato il mio vissuto, le mie emozioni, le mie idee.
Ho stabilito relazioni e intrecciato legami e amicizie forti.
Ho ripensato alla mia vita, ai miei valori, al mio vissuto umano e spirituale.
Ho incontrato polacchi, vecchie signore americane, olandesi, spagnoli, australiane.
Ho attraversato paesi e borghi e ho imparato a distinguere i cambiamenti degli abitanti negli accenti dialettali.
In sintesi, ho vissuto in sei giorni, quello non sarei riuscito a fare in due, o forse più, anni di vita.

Ma allora... qual è e dov'è il tempo perso in questi sei giorni?

Messaggio personale e un po' criptico ai miei amici del cammino:
Carissimi, forse sbaglieremo ancora a ricordare dove viviamo, cosa facciamo nella vita e continueremo a confondere i nostri nomi...

PERO' CI PIACE TANTO COME RAGIONIAMO!


Un ringraziamento particolare, va alla mia amica Paola, che mi ha concesso di pubblicare su questo post le sue foto, così eloquenti e significative.

mercoledì 28 settembre 2011

Le fiabe dei fratelli Grimm

Un solo pensiero... che bei ricordi!
Una sola considerazione... cosa c'è di più attuale oggi e non solo oggi?
Un solo commento... le fiabe moderne per eccellenza.

Ma tantissime emozioni.

Buona ri-ri-ri-ri-lettura...

Ricetta di lettura. Nessuna: non si mangia a letto...

sabato 24 settembre 2011

Esercizi di stile di Raymond Queneau

Questo libro è come un film di Totò: non ci si stanca mai di vederlo.
Il solo gioco letterario è di per se divertentissimo, porta a sorridere, se non addirittura a ridere.
Basta riflettere un solo attimo sul perchè e ci si accorge che a suscitare divertimento è la la genialità di Queneau.
Arduo far ridere gli altri con fatti divertenti o surreali. Ma addirittura miracoloso farlo raccontando in un certo modo un fatto banale!

Non perdetelo. Compratelo, conservatelo e rileggetelo a caso, quando siete un po' giù di morale. Terapeutico.

Ricetta di lettura: Da leggere come aperitivo, prima di andare a cena, sgranocchiando pistacchi, noccioline e bruscolini, con un buon bicchiere di vino rosso, preferibilmente un Barbera. Ma fate attenzione a consumare un solo pistacchio, una sola nocciolina ed un paio di bruscolini, con un piccolo sorso di vino per ogni "esercizio". Rischiereste un'indigestione!


Sinossi: "Esercizi di stile" è un esilarante testo di retorica applicata, un'architettura combinatoria, un avvincente gioco enigmistico. Tutto vero, però è anche un manifesto letterario (antisurrealista), è un tracciato di frammenti autobiografici, è la trascrizione di una serie di sogni realmente effettuati da Queneau. E perfino un testo politico, nonché un'autoparodia. Questo è quanto emerge dalle riflessioni che Stefano Bartezzaghi ha dedicato a questo libro-capolavoro. E la sua postfazione al volume diventa complementare alla classica introduzione di Umberto Eco, del quale si conserva anche la traduzione. In appendice, presentati per la prima volta in italiano, alcuni esercizi lasciati cadere nell'edizione definitiva, un indice preparatorio e l'introduzione, anch'essa inedita in Italia, scritta da Queneau per un'edizione del 1963."

lunedì 19 settembre 2011

Contagio della manualità

Beatrice, un'amica di Despina, mi ha mandato alcune bellissime fotografie della vecchia casa sull'isola del Dodecaneso (vedi il precedente post sull'argomento "Specchiarsi in una vecchia finestra").
Ne pubblico alcune, quelle che ritengo essere le più significative.
Siamo appena giunti alla fine di settembre, ma la casa continua a cambiare, ad evolvere.
Viene migliorata, raffinata, particolareggiata; in una parola coccolata dai suoi avventori.
Chi viene accolto dalla casa, scopre (o riscopre) improvvisamente la voglia di fare, di un fare concreto, con l'uso delle mani, in quello che può essere definito il contagio della manualità.
Una manualità creativa, esplorativa, che ci permette di imparare sempre, senza limiti di età e di proiettare la nostra intelligenza la dove "mente e mano funzionano rinforzandosi, l'una insegna all'altra e viceversa" (vedi il post su "l'uomo artigiano di R. Sennet").

Ma Lei, questa vecchia casa, ci offre anche qualcosa di più e come una bella e affascinante Signora d'altri tempi, ci proietta laddove l'uomo è in grado di scoprire il suo potenziale creativo oltre la categoria del nuovo, del moderno, fino a giungere alla dimensione, spesso inedita, dell'uomo che crea conservando.
Ossimoro scandaloso per la moderna società dei consumi e per la contemporanea ideologia del progresso fine a se stesso.

"Sembra quasi - mi ha scritto Beatrice - che [quelle mura] sappiano suggerire a ciascuno il da farsi, evocando l'homo faber secondo le proprie specifiche competenze e capacità: e ciascuno se ne assume ben volentieri l'onere. E l'onore [...] di avervi comunque lasciato un'impronta di sè..."

Questa vecchia casa non nega mai la sua ricompensa. Poichè conserva e conserverà sempre fra le sue mura, la memoria duratura e indelebile dell'opera delle mani di tanti, segno inequivocabile della specificità e della cultura creativa di ognuno.
 



domenica 11 settembre 2011

Storia delle mie storie di Bianca Pitzorno

E' difficile definire questo libro della Pitzorno come un saggio.
Quando una scrittrice si dedica alle storie per ragazzi, l'imprinting rimane.
Diventa labile il confine fra l'espressione di un concetto, in modo razionale o quantomeno esplicito e consapevole e il racconto di una storia, seppur spesso metaforico o evocativo.

Un libro piacevole, a volte un po' didascalico, altre volte un po' nostalgico di un generico e rimpianto passato d'oro (o presunto tale).
Insomma, la Pitzorno resta indimenticabile non già per la "Storia delle sue storie", ma per le Storie stesse.
Sublimi storie di bambini per bambini e anche per adulti che rievocano e fanno emergere in loro quella componente infantile e spensierata.

Ricetta di lettura: Leggere tassativamente di sera, dopo aver saltato la cena come scelta consapevole e gesto rivoluzionario, con un tocco quadrato di cioccolato fondente duro da erodere con gli incisivi superiori


Sinossi: "Che cos'è la letteratura per l'infanzia? In che cosa si differenzia da quella per gli adulti? Quali sono le sue origini, quali gli argomenti, lo stile, il linguaggio più adatti a un pubblico di giovanissimi? Come si pone lo scrittore adulto nei confronti dei lettori bambini? A questi interrogativi Bianca Pitzorno risponde attingendo alla propria esperienza trentennale di narratrice e alla propria lontana ma vivissima memoria di bambina lettrice; ricordando che ci sono libri, dall'"Isola del tesoro" al "Piccolo principe", da "Alice nel paese delle meraviglie" a "Pinocchio", che conquistano da ragazzi, che imprimono un suggello sui propri gusti, inclinazioni, sistemi di valori come nessuna lettura in età adulta farà più. Quanto agli ingredienti indispensabili per il suo lavoro, sono i più semplici del mondo: ascoltare, osservare, leggere e pensare senza farsi sopraffare dai ritmi narrativi della televisione. Nella parte conclusiva la riflessione della scrittrice considera anche i recenti cambiamenti nel catalogo sempre più vasto dei libri per l'infanzia, dando la sua interpretazione al successo clamoroso di libri come "Harry Potter".

mercoledì 7 settembre 2011

Io e te di Niccolò Ammaniti

Uno stile narrativo piacevole, una trama curiosa e una definizione dei personaggi chiaramente delineata.
Insomma, i presupposti c'erano tutti per una bella storia.
Però, man mano che si svelava il "problema" di uno dei protagonisti, ho sperato non fosse proprio il più scontato fra i temi giovanili. Speravo... speravo... e invece no: era proprio il più scontato: la droga. Così ho perso interesse a leggerlo, anche se poi l'ho finito velocemente.
Ma forse è giusto così, l'argomento della droga è sempre molto attuale e drammaticamente presente fra le giovani generazioni e quindi sono io, probabilmente, ad essere "inadeguato" a questa storia e non il contrario.

Ricetta di lettura: Leggere durante le sere autunnali, preferibilmente in un luogo aperto, con un buon bicchiere di vino rosso novello e tre cantuccini alle mandorle da intingere.

Sinossi: Barricato in cantina per trascorrere di nascosto da tutti la sua settimana bianca, Lorenzo, un quattordicenne introverso e un po' nevrotico, si prepara a vivere il suo sogno solipsistico di felicità: niente conflitti, niente fastidiosi compagni di scuola, niente commedie e finzioni. Il mondo con le sue regole incomprensibili fuori della porta e lui stravaccato su un divano, circondato di Coca-Cola, scatolette di tonno e romanzi horror. Sarà Olivia, che piomba all'improvviso nel bunker con la sua ruvida e cagionevole vitalità, a far varcare a Lorenzo la linea d'ombra, a fargli gettare la maschera di adolescente difficile e accettare il gioco caotico della vita là fuori. Con questo racconto di formazione Ammaniti aggiunge un nuovo, lancinante scorcio a quel paesaggio dell'adolescenza di cui è impareggiabile ritrattista. E ci dà con Olivia una figura femminile di fugace e struggente bellezza.

martedì 6 settembre 2011

Lo spazio e la memoria

Lo scorso fine settimana, io e mia moglie, abbiamo deciso di mettere in ordine il soppalco di casa.
Per chi ha una casa piccola, il soppalco rappresenta la soffitta delle vecchie case (o la cantina, dipende dai casi).
Un posto dove si accumulano tante cose e dove si nascondono o si dimenticano, più o meno consapevolmente, i ricordi e le emozioni legate a tanti oggetti.
Riordinare un soppalco, una soffitta, una cantina, è un'operazione delicata, che richiede un certo tempo. Un tempo difficile da pianificare, perchè lo scorrere fra le mani di vecchie foto, album, quaderni, telefoni, tazzine, tele, colori, stampe, quadri, penne stilografiche, cornici, cartoline, appunti, lettere o bollette telefoniche, ci costringe a fermarci, per ripercorrere mentalmente i ricordi e rispolverare la nostra memoria. Un'operazione che per ogni oggetto ci pone di fronte ad una scelta, a volte un dilemma. Disfarci del nostro passato o recuperare la memoria dell'esperienza? Liberarci di lacci e laccioli, che per troppo tempo ci hanno avvinghiato a schemi abitudinari, oppure riappropriarci di legami e vecchie passioni, troppo presto abbandonate, sopraffatte dalla quotidianità o dalla pigrizia creativa? Liberare spazio fisico o preservare uno spazio mentale?
Insomma, riordinare un soppalco è un'operazione che assomiglia più ad una metafora, che ad una attività vera e propria.

Tale dilemma per me, è diventato cruciale quando, ad esempio, mi sono imbattuto in alcuni vecchi cartelloni che realizzai sette anni or sono, nel 2004, per organizzare la festa di compleanno delle mie due figlie, oggi adolescenti.
Niente di particolarmente elaborato anzi... una caccia la tesoro... un cruciverba... alcuni giochi enigmistici a tema.
Inoltre, per l'occasione, scrissi quattro racconti che avevano come protagoniste le mie stesse figlie e realizzai dei cartelloni a supporto del "cantastorie" (la mia amica Giuliana), che recitò magistralmente le diverse storie, attorniata da decine di bambini, in mezzo ad un bel prato verde.
"Allora? - ho chiesto a mia moglie, alle mie figlie e a me stesso - Li butto o li conservo questi cartelloni?"
Momenti di panico e titubanze strazianti!
Alla fine ho preso una decisione; di compromesso, ovviamente e inevitabilmente.
I cartelloni sui racconti li ho conservati, mentre tutti gli altri li ho buttati via.
Che criterio ho usato? Non lo so: mi sono affidato alle mie emozioni.
Ma per tutti ho fatto delle foto e ho deciso di affidarli alla memoria di questo blog.

E voi... che ne pensate?






giovedì 1 settembre 2011

Il seno di Philip Roth

Mah....! Un racconto che incuriosisce molto, ma...
Lo stile narrativo è impeccabile, perchè Roth è un grande narratore.
Ma questo racconto, forse proprio perchè remake de "La metamorfosi" di Kafka, non convince e far venir voglia di rileggere l'incubo kafkiano.
Insomma, alla fine non mi ha appassionato...
Sinossi: Per ragioni incomprensibili, il professore David Alan Kepesh si ritrova trasformato in un enorme seno. Cieco ma provvisto di udito e soprattutto di sensibilità cutanea, riceve le visite del padre, che gli racconta le vicende del suo piccolo mondo ebraico, dell'affettuosa e banalissima fidanzata, del rettore, che fugge travolto da un riso incontenibile, e del suo psicanalista. Ma soprattutto viene lavato da miss Clark, l'infermiera che gli procura un piacere immenso. Da una situazione surreale, simile a un incubo kafkiano o a un quadro di Dalì, Philip Roth fa scaturire situazioni comiche (e oscene). Prima edizione Bompiani, 1973.



giovedì 25 agosto 2011

Il mestiere di scrivere di Raymond Carver

Un classico. Denso di spunti.
Una descrizione accurata di come un grande autore inventa le proprie trame, veste i personaggi e traduce le proprie visioni in racconti.
Si intravede la sua ambizione, quasi la sua ossessione, che è quella di far partecipare gli altri, i lettori, ai propri sogni, traducendoli in storie.
Colpisce la disciplina e la precisione nell'uso del vocabolario, il dosaggio delle parole e la loro combinazione.
Colpisce la mitezza e l'umiltà di questo gigante della letteratura americana.
Denso di descrizioni e anche di due testimonianze proprio su Carver, questo libro non è un manuale per scrittori, nel senso classico del termine, piuttosto va gustato come una biografia della professione di un grande scrittore e un incoraggiamento a essere scriventi, a scrivere cioè, non necessariamente per pubblicare, ma anche solo per tradurre le proprie esperienze e illusioni in parole per fissare quelle emozioni destinate a svanire nell'oblio del tempo.

Sinossi: "Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull'arte della concisione. L'insegnamento della scrittura creativa è stato per Raymond Carver qualcosa di piú che un modo per guadagnarsi da vivere: cominciò negli anni '70 a tenere le sue memorabili lezioni di Creative Writing - in un periodo segnato dalla devastazione dell'alcolismo - e quelle lezioni oltre a dare origine a una vera e propria tendenza letteraria furono per Carver un modo per riflettere sul senso del narrare e per confrontarsi con i grandi scrittori suoi maestri - da Checov a Hemingway -, in particolare sulla forma della short-story"

venerdì 19 agosto 2011

Specchiarsi in una vecchia finestra...

Quest’estate, come faccio ormai da diversi anni, sono stato in vacanza con le mie figlie e mia moglie in una piccola isola del Dodecaneso, in Grecia, nella casa della famiglia di mia moglie.
Una casa antica, costruita, come ricorda una targa in ferro battuto sul balcone, nel 1882.
Una casa che in quasi 130 anni di vita non è mai stata venduta e tranne le confische degli anni della guerra, è sempre rimasta patrimonio della stessa famiglia, tramandata di generazione in generazione. Fatto insolito di questi tempi, direi quasi anacronistico.
Una casa che affascina, ma che richiede anche molto lavoro, ma soprattutto rispetto. Il giusto rispetto che si deve a chi ha accolto e protetto fra le sue mura diverse generazioni.


Oggi Despina, mia suocera, custodisce con cura e rispetto sia la casa, sia le memorie in essa contenute e che ricordano i sacrifici e le privazioni che le generazioni precedenti hanno affrontato negli anni, per permettere ad altre generazioni di godere di questo rifugio, luogo di incontro e di ritrovo.

Io conosco solo parzialmente alcune di queste storie come, ad esempio, il sacrificio di chi ha costruito la casa, per darla ad una delle proprie figlie; la tenacia e la determinazione di due vecchie zie, che da Alessandria d’Egitto sono tornate sull’isola (con al seguito tutto il mobilio), dopo la seconda guerra mondiale, per non lasciare in abbandono la vecchia casa della famiglia; la successiva determinazione di uno zio nel raccogliere i documenti necessari ad attestarne la legittima proprietà…

Quest’anno la casa è stata ristrutturata, col contributo e l’impegno, se non il sacrificio, delle nuove generazioni perché, come ama ricordare mio cognato Giancarlo: “La casa di Leros ha dato tanto a tutti, per tanti anni ed ora è lei ad aver bisogno di ricevere da tutti noi”.
Questa vecchia casa è stato un punto di ritrovo, convivenza e condivisione, anche se per poche settimane all’anno, tra famiglie che vivono la propria vita quotidiana fra l’Italia ed il Brasile.


Questa vecchia casa, insegna molto, a tutti e lo fa con discrezione. Insegna, prima di tutto, ad aver cura delle cose antiche e a rifiutare la logica del consumismo moderno, che impone di buttare via le cose, ad intervalli di tempo che si riducono fatalmente sempre di più.


Ma soprattutto insegna il fare. Il fare pratico, diretto, attraverso l’uso, un po’ perduto ormai, delle mani e della manualità.
Quell’uso delle mani che sviluppa e stimola la creatività dell’uomo, repressa e mortificata in quest’epoca di omologazione globalizzata, che non ci permette di creare più nulla, ma al massimo di assemblare cose già fatte, come si fa con un mobile di IKEA, lasciandoci la falsa illusione di aver creato noi qualcosa.


 

L’omologazione non ha ucciso solo la creatività, ha soprattutto ucciso il gusto. Il concetto stesso di gusto, perché non esiste più un discrimine arbitrario per giudicare le cose, come bello, brutto, perfetto, discreto, migliorabile, difettoso, venuto male, ingegnoso…
Non c’è spazio nell’omologazione per una simile variabilità e imperfezione, perché non hanno spazio le tonalità del grigio, ma solo l’arida dicotomia fra bianco e nero.


Senza imperfezione, discrezionalità, asimmetricità, non si migliora mai, non si riesce mai a raggiungere la bellezza come espressione dell’armonia.




L’uomo, lo sappiamo, impara solo attraverso l’esperienza dell’errore, migliorando per tentativi progressivi.
Questa vecchia casa, ci ha insegnato a far rivivere vecchi oggetti, assegnando loro funzioni diverse da quelle originarie, come in un samsara. Ci ha ispirato a trasformare delle vecchie finestre in specchiere, separè o tolette per signora; ad adibire vecchi ripiani di legno ad attaccapanni; a costruire un tavolinetto utilizzando manici di scopa; a riutilizzare vecchi lampadari come lumi da parete o abat-jour…
Giudicate voi stessi. Non saranno oggetti perfetti, geniali, originali e di sicuro non sono sicuramente degli oggetti di alto design.



   

Sono, restano e rivivono come le cose antiche della casa che augurano Kαλώς ήλθατε!, Benvenuti!, alle nuove generazioni di questa bella famiglia.
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