giovedì 26 maggio 2011

Lettera sulla felicità (a Meneceo) di Epicuro

Ogni commento è superfluo. La cosa migliore e leggerla di tanto in tanto...
Eccone una copia.

Lettera sulla felicità (a Meneceo) di Epicuro

Meneceo,

122 Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'animo nostro.
Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire.

Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla.

123 Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Prima di tutto considera l'essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità.

Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha.

Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

124 Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo.
Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L'esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l'inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell'immortalità.

125 Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c'è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l'affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.
La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c'è, quando c'è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c'è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

126 Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c'è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte.

Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mal nato,
ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte.

127 Se è così convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice così per dire fa meglio a cambiare argomento.
Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo così possiamo non aspettarci che assolutamente s'avveri, né allo stesso modo disperare del contrario.

Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

128 Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell'animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall'ansia.
Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell'animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno.

129 Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore.
E' bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo.

Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

130 Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene.
Consideriamo inoltre una gran cosa l'indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l'abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l'inutile è difficile.

131 I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l'acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca.
Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d'apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un'esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte.

Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l'animo a essere sereno.

132 Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l'animo causa di immensa sofferenza.
Di tutto questo, principio e bene supremo è l'intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

133 Chi suscita più ammirazione di colui che ha un'opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare ?
Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode.

134 Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità.
La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa - la divinità non fa nulla a caso - e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali.

135 Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato.
Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini.

Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali.

mercoledì 25 maggio 2011

Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer

Da quando ho iniziato la lettura di questo libro, non riesco più a mangiare la carne come prima. Non riesco a non pensare alle descrizioni che l'autore fa degli allevamenti intensivi industriali.
Lui pone almeno tre motivi, relativi all'opportunità del consumo di carne. Il primo di ordine etico e filosofico: si può consumare e contribuire ad aumentare la domanda di consumo, del cibo che deriva da pratiche così disumane e crudeli, che procurano tantissima sofferenza a miliardi degli esseri viventi? Il secondo di ordine ambientale: l'inquinamento di aria e acqua, provocato (direttamente o indirettamente) da un singolo individuo dei paesi industrializzati, è dovuto per il 60% al suo consumo medio di carne proveniente da allevamenti industriali (praticamente tutti)! Considerando che il restante 40% è dovuto all'uso dell'auto, del treno, dell'aereo, dell'uso degli elettrodomestici, ecc. in pratica inquina molto meno un vegetariano che gira quotidianamente con un SUV Hummer da 300 CV. Il terzo, infine, di ordine salutare: è stato dimostrato che molte delle malattie genetiche, autoimmuni, tumorali, nonchè tutti i tipi di influenza, più o meno letali, sono la diretta conseguenza della carne trattata con anabolizzanti, antibiotici, ormoni e milioni di agenti patogeni che hanno intaccato il patrimonio genetico di questi animali.

L'autore ha preso molto sul serio questo lavoro; si è ampiamente documentato (un terzo del libro è costituito da note, allegati, riferimenti, relazioni governative,...), ha intervistato allevatori, ambientalisti, attivisti delle associazioni animaliste, ha visitato decine di allevamenti, alcuni anche di notte, di nascosto. Inutile dire che è diventato vegetariano, anche se non in modo radicale.

In fondo, il titolo del libro vuole significare proprio questo: si può operare una scelta (quella di non mangiare carne) in base a diverse motivazioni alte e nobili, religiose o filosofiche; ma lo si può fare anche partendo più semplicemente dai tre motivi esposti prima.

Sinossi: Jonathan Safran Foer, da piccolo, trascorreva il sabato e la domenica con sua nonna. Quando arrivava, lei lo sollevava per aria stringendolo in un forte abbraccio, e lo stesso faceva quando andava via. Ma non era solo affetto, il suo: dietro c'era la preoccupazione costante di sapere che il nipote avesse mangiato a sufficienza. La preoccupazione di chi è quasi morto di fame durante la guerra, ma è stato capace di rifiutare della carne di maiale che l'avrebbe tenuto in vita, perché non era cibo kosher, perché "se niente importa, non c'è niente da salvare". Il cibo per lei non è solo cibo, è "terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore". Una volta diventato padre, Foer ripensa a questo insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire suo figlio non è come nutrire se stesso, è più importante. Questo libro è il frutto di un'indagine durata quasi tre anni che l'ha portato negli allevamenti intensivi, visitati anche nel cuore della notte, che l'ha spinto a raccontare le violenze sugli animali e i venefici trattamenti a base di farmaci che devono subire, a descrivere come vengono uccisi per diventare il nostro cibo quotidiano.

domenica 15 maggio 2011

I barbari di Alessandro Baricco

Quando uno scrittore, un bravo scrittore di narrativa, si mette a fare il sociologo, spaziando a tratti dal filosofo al pedagogo, diventa noioso, un po' scontato; scontato perchè snob e snob perchè scontato.
Passi per quegli scrittori che in TV, invece di limitarsi a parlare del proprio libro o a parlare di altri libri, di altri scrittori e di letteratura in generale, si lanciano in interviste dotte e sagge, disquisendo dei giovani d'oggi, del consumismo dei nostri tempi, della  saggezza della "sobrietà brillante" di nuove forme di agriturismi ayurvedici bioalternativi modaioli. Passi, appunto, per qualche breve intervista... ma addirittura un libro...
Saggio sulla mutazione di una società... (aggiungo io: globale) ... bell'impegno! E bella responsabilità! Infatti non è riuscito ad aggiungere qualcosa di significativo o riflessivo!
Insomma un libro che si legge bene solo perchè scritto con uno stile scorrevole; come un romanzo. Per il resto, come saggio, questo libro resta poco convincente, simplicistico, approssimativo e pretenzioso.
Interessante la metafora del surf e i surfisti, su coloro cioè (i barbari d'oggi) che scivolano sulle cose, senza mai andare a fondo delle questioni. D'accordo, metafora interessante. Ma è un po' poco e alla fine anche un po' banale.
Deludente.

Sinossi: "Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedi menti raffinate scrutare l'arrivo dell'invasione con gli occhi fissi nell'orizzonte della televisione. Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato dietro il passaggio di un'orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel che si scrive o si immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano una terra saccheggiata da predatori senza cultura. I barbari, eccoli qua. Ora: nel mio mondo scarseggia l'onestà intellettuale, ma non l'intelligenza. Non sono tutti ammattiti. Vedono qualcosa che c'è. Ma quel che c'è, io non riesco a guardarlo con quegli occhi lì. Qualcosa non mi torna." (Alessandro Baricco)

venerdì 6 maggio 2011

Le due torri. Il Signore degli anelli 2 di John Ronald Reuel Tolkien

Al di là di qualsiasi interpretazione, analogia, metafora, che ogni lettore e critico voglia trovare in questo libro, lascia il tempo che trova; perchè immergersi nel mondo fantastico, creato da Tolkien, è totalmente coinvolgente. Un mondo vivo che cattura ogni lettore con la raffinatezza della narrazione e lo stile seducente dell'autore.
I riferimenti, le voci sulle intenzioni avulse dalla narrazione stessa dell'autore e qualsiasi altra forma di dietrologia, leggendo, si perdono per strada, si dimenticano.

Ad esempio, la figura centrale e controversa di Smeagol/Gollum, duale, dicotomica, in questa seconda parte del Signore degli anelli, potrebbe essere interpretata facilmente come una metafora dello sdoppiamento della personalità, della compresenza nell'animo umano del bianco e del nero, del giusto e del corrotto, dei vizi e delle virtù e della conseguente eterna lotta fra il bene e il male.
E forse questo tipo di interpretazioni sono anche corrette, in un  certo modo.
Ma leggerlo è un'altra cosa: si dimentica qualsiasi ragionamento e ci si inoltra in quel mondo fantastico, si parteggia per l'uno, si teme per l'altro, si prova compassione, rabbia, timore.

...Fantastico! In tutti i sensi...

Sinossi: "In questo secondo romanzo della trilogia di Tolkien, gli amici della Compagnia dell'Anello lottano separati. Merry e Pipino sono fatti prigionieri dalle forze del Male, ma riescono a fuggire e trovano soccorso in uno strano mondo di esseri giganteschi, mezzo vegetali e mezzo umani. Aragorn, un enigmatico personaggio che si era unito alla Compagnia all'inizio dell'impresa, stringe alleanza con i guerrieri di Rohan, un popolo fiero che per secoli ha resistito all'assalto delle tenebre. Frattanto Frodo e il devoto Sam si imbattono in Gollum, un viscido essere che era stato l'antico possessore dell'Anello, e lo costringono a condurli verso Monte Fato. Ma spaventose creature li attendono al varco e il loro cammino si interrompe tragicamente."

lunedì 2 maggio 2011

Socrate al caffè di Marc Sautet

Una testimonianza interessante del primo caffè filosofico parigino.
Le descrizioni sull'ambiente e sulle persone sono interessanti e sembra di immaginarsele, quelle plumbee domeniche mattitine parigine, in un affollato locale di Place de la Bastille.
Il testo è interessante soprattutto nella prima parte; quando descrive in forma narrativa l'esperienza di questi incontri e di altre forme di dialogo filosofico.

Per il resto, un po' noioso, anche se mai pedante.

Sinossi: "Dal 1992 tutte le domeniche al Cafè des Phares di Parigi, il filosofo Marc Sautet anima un dibattito a cui può partecipare chiunque. Si tratta di un momento speciale in cui la filosofia ritrova la sua dimensione più antica per rispondere ai problemi dell'uomo con un linguaggio accessibile a tutti. Non lontano da lì, lo Studio di flosofia di Sautet è aperto a chiunque chieda consultazioni. È così che da qualche anno nella capitale francese l'antica pratica del filosofare torna ad essere lo strumento per affrontare il quotidiano, per riflettere sullo Stato, sulla giustizia, sulla violenza, sulla condizione umana. In questo libro il filosofo ci invita a seguirlo lungo un cammino che ripercorre la storia della cultura occidentale."