venerdì 19 agosto 2011

Specchiarsi in una vecchia finestra...

Quest’estate, come faccio ormai da diversi anni, sono stato in vacanza con le mie figlie e mia moglie in una piccola isola del Dodecaneso, in Grecia, nella casa della famiglia di mia moglie.
Una casa antica, costruita, come ricorda una targa in ferro battuto sul balcone, nel 1882.
Una casa che in quasi 130 anni di vita non è mai stata venduta e tranne le confische degli anni della guerra, è sempre rimasta patrimonio della stessa famiglia, tramandata di generazione in generazione. Fatto insolito di questi tempi, direi quasi anacronistico.
Una casa che affascina, ma che richiede anche molto lavoro, ma soprattutto rispetto. Il giusto rispetto che si deve a chi ha accolto e protetto fra le sue mura diverse generazioni.


Oggi Despina, mia suocera, custodisce con cura e rispetto sia la casa, sia le memorie in essa contenute e che ricordano i sacrifici e le privazioni che le generazioni precedenti hanno affrontato negli anni, per permettere ad altre generazioni di godere di questo rifugio, luogo di incontro e di ritrovo.

Io conosco solo parzialmente alcune di queste storie come, ad esempio, il sacrificio di chi ha costruito la casa, per darla ad una delle proprie figlie; la tenacia e la determinazione di due vecchie zie, che da Alessandria d’Egitto sono tornate sull’isola (con al seguito tutto il mobilio), dopo la seconda guerra mondiale, per non lasciare in abbandono la vecchia casa della famiglia; la successiva determinazione di uno zio nel raccogliere i documenti necessari ad attestarne la legittima proprietà…

Quest’anno la casa è stata ristrutturata, col contributo e l’impegno, se non il sacrificio, delle nuove generazioni perché, come ama ricordare mio cognato Giancarlo: “La casa di Leros ha dato tanto a tutti, per tanti anni ed ora è lei ad aver bisogno di ricevere da tutti noi”.
Questa vecchia casa è stato un punto di ritrovo, convivenza e condivisione, anche se per poche settimane all’anno, tra famiglie che vivono la propria vita quotidiana fra l’Italia ed il Brasile.


Questa vecchia casa, insegna molto, a tutti e lo fa con discrezione. Insegna, prima di tutto, ad aver cura delle cose antiche e a rifiutare la logica del consumismo moderno, che impone di buttare via le cose, ad intervalli di tempo che si riducono fatalmente sempre di più.


Ma soprattutto insegna il fare. Il fare pratico, diretto, attraverso l’uso, un po’ perduto ormai, delle mani e della manualità.
Quell’uso delle mani che sviluppa e stimola la creatività dell’uomo, repressa e mortificata in quest’epoca di omologazione globalizzata, che non ci permette di creare più nulla, ma al massimo di assemblare cose già fatte, come si fa con un mobile di IKEA, lasciandoci la falsa illusione di aver creato noi qualcosa.


 

L’omologazione non ha ucciso solo la creatività, ha soprattutto ucciso il gusto. Il concetto stesso di gusto, perché non esiste più un discrimine arbitrario per giudicare le cose, come bello, brutto, perfetto, discreto, migliorabile, difettoso, venuto male, ingegnoso…
Non c’è spazio nell’omologazione per una simile variabilità e imperfezione, perché non hanno spazio le tonalità del grigio, ma solo l’arida dicotomia fra bianco e nero.


Senza imperfezione, discrezionalità, asimmetricità, non si migliora mai, non si riesce mai a raggiungere la bellezza come espressione dell’armonia.




L’uomo, lo sappiamo, impara solo attraverso l’esperienza dell’errore, migliorando per tentativi progressivi.
Questa vecchia casa, ci ha insegnato a far rivivere vecchi oggetti, assegnando loro funzioni diverse da quelle originarie, come in un samsara. Ci ha ispirato a trasformare delle vecchie finestre in specchiere, separè o tolette per signora; ad adibire vecchi ripiani di legno ad attaccapanni; a costruire un tavolinetto utilizzando manici di scopa; a riutilizzare vecchi lampadari come lumi da parete o abat-jour…
Giudicate voi stessi. Non saranno oggetti perfetti, geniali, originali e di sicuro non sono sicuramente degli oggetti di alto design.



   

Sono, restano e rivivono come le cose antiche della casa che augurano Kαλώς ήλθατε!, Benvenuti!, alle nuove generazioni di questa bella famiglia.
!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!



7 commenti:

  1. Caro cognato,
    Questa volta mi hai veramente emozionata. Hai tradotto in parole tanti sentimenti, lavori e pensieri. Grazie e a Leros 2012!
    Baci,
    Jô (Brasile)

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  2. Che piacere mi ha trasmesso questo post! Sarà che sono figlia di genitori che non hanno mai dimenticato le loro radici e hanno sempre conservato memorie ed oggetti legati al passato. Io adoro essere uno dei loro frutti e, come loro, amo conservare e accarezzare con rispetto tutto ciò che ormai sembra obsoleto.
    p.s. meravigliosa la foto di famiglia
    Baci e pensieri di ammirazione

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  3. Fabri mi hai veramente emozionata ... e mi hai fatto riflettere su alcune cose ... grazie!

    Belli i pezzi che avete realizzato!!!

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  4. l'anonimo di prima ero io ... non ho pensato a firmare il commento ... eccomi: Cristina Ginocchio

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  5. E' vero questa casa che ci è stata tramandata con sacrificio da vecchie generazioni è un grande dono che dobbiamo preservare per noi e per i nostri figli!
    E' un luogo dove mettere a frutto la nostra creatività nel conservare,trasformare e custodire memorie e oggetti appartenuti alla nostra famiglia.Ma sopratutto luogo di incontro che altrimenti non sarebbe stato possibile realizzare !
    Grazie fabbry che riesci a convertire in parole e immagini i nostri sentimenti!
    L'ultima foto poi è grandiosa riesce a esprimere la gioia e il calore che abbiamo condiviso in questi giorni!
    grazie a tutti
    Grazia

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  6. Beatrice Dall'Olio31 agosto 2011 09:29

    Ho frequentato saltuariamente questa casa e quest'isola dal lontano 1990, in estate, con la famiglia prima e con gli amici poi, ospite sempre felice di un luogo e di spazi che posseggono un'anima, uno spessore, una vitalità loro propria. Prorompente e dirompente. E di una famiglia che sa accogliere. Una casa ed i suoi abitanti: aperti entrambi al sole ed ai venti, alla luce ed al calore...agli amici che vanno e che vengono, mentre loro permangono, come colonne greche: ferme, stabili, senza mai confondersi, senza diluizione alcuna. Non perdono identità. Crescono ed evolvono, conservando la loro peculiarità: unica, inconfondibile, che ha il sapore, il profumo ed i colori di Leros.
    Grazie a tutti coloro che ne intessono continuamente le maglie, continuando a mantenerla così vitale. Grazie a te, ospite noto e ignoto, amico sempre gradito, che sosti e che vai, lasciando un'orma del tuo passaggio, un segno indelebile della tua toccata e fuga.
    Grazie!
    Leros, 31 agosto 2011, nell'occasione del VII° soggiorno a Leros, da BEATRICE

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